«Lo spazio tende apertamente all’infinito, ed è trascritta in pittura una realtà rivisitata nella trama di un sogno.»
Italo Marucci
A parte le nuove strade aperte oggi dalla cultura e altri spunti dati dalla società tecnologica, per Biagiotti la natura non si limita al nostro pianeta, o ad un mondo puramente fisico, ma essa con l’infinito abbraccia anche l’invisibile, le cose immaginarie, vissute, sognate e, soprattutto, l’inconscio o l’interiorità stessa dell’artista, che è il centro in cui convergono le immagini intuite o captate, nell’essenza di tutte le cose. Importante è che l’artista senta, che possa scegliere le cose amate, e che si lasci andare con gli occhi e con lo spirito. È chiaro che Biagiotti ama interamente la natura e l’uomo, e pertanto lo considera e lo contempla in ogni aspetto, cercando di dare spesso indicazioni sulle strade da seguire o da cambiare. Marcello Biagiotti ha sentito più o meno consciamente la presenza di un pensiero anticipatore, di una percezione cosmica, come una dimensione espressiva superiore; di un modo di vedere e di sentire più consono alle esigenze di una nuova arte visiva.
Alcune figure che popolano una delle strade che si trovano in un’opera di Biagiotti non sono fantasmi della mente, neanche pretesti per lo svolgimento di un discorso surreale, ma una tragica realtà vissuta giorno per giorno: realtà che ha ispirato ed animato questi volti tristi, queste figure, queste drammatiche composizioni che rappresentano, sia come documento umano che come resa di contenuti spirituali, un risultato conturbante.
Ogni suo quadro assomma figure, forme e oggetti, strade, in una sorta di intarsio nel quale realtà e ideale si fondono, integrandosi a vicenda; e il colore, d’una pacata fredda intensità accresce questo senso di armoniosa compenetrazione, meglio un’inquietudine riflettente una situazione umana tipica del nostro tempo.
D’altronde sono già diversi anni che Marcello Biagiotti ha ottenuto, con l’autonomia del proprio lavoro, anche una assoluta indipendenza artistica: la sua personalità, che potrebbe sotto certi aspetti definirsi surreale, ha però tratto alimento anche da una tradizione metafisica e da una regola umana, dettate entrambe dalle migliori conquiste del nostro novecento, inteso nella sua adesione al senso della forma, della sostanza o del sentimento.
I suoi soggetti sono difficilissimi: il soggetto rende schiavo solo colui che lo teme, che ne resta succubo, che ne subisce i riferimenti letterari o cronistici, o anche le pesanti allusioni psicologiche; chi abolisce il soggetto in fondo ne è vittima. Ma colui che veramente ne fa vivere gli aneliti segreti, che ne estrae l’essenza poetica e la converte in colore, forma, luce, questi ha pienamente attuato la libertà espressiva che si conviene ad un vero artista. Marcello Biagiotti è un artista di questo tipo.
L’arte non possiede accenti epici, né è pregna di significati esteriori; non si compiace di una complessa problematica “a priori”: il che non significa affatto ch’essa manchi di problemi, anzi, essi sono quanto mai ricchi di fermenti. Ma questi ultimi appartengono proprio soltanto alla pittura, si manifestano attraverso la sensibile modulazione del tono, si incantano di fronte agli aspetti ed ai problemi della nostra società. La concitazione stessa in cui Biagiotti immerge le sue figure, isolate o a gruppi, sembra piuttosto alludere ad un riflesso filmico della realtà. Biagiotti discende dagli antichi maestri, ed è per questo un artista scaltrito dal mestiere, ma fervido di fantasia, rigoroso come un designer, astratto come un poeta: dalle cose più umili della realtà quotidiana sa trarre, con metafisico slancio, racconti e storie di una sbalorditiva realtà irreale.
Giorgio Segato
La pittura di Marcello Biagiotti è racconto fantastico, onirico, simbolico, e sempre di forte risentimento sensuale. Come tutti gli slittamenti sul piano della surrealtà, nasce da una visione introspettiva: non tanto come ricomposizione o memoria del reale, ma come ‘invenzione’, scoperta di una diversa realtà che pure diventa emblematica di tutta l’esperienza esistenziale e delle attese, delle speranze, dei desideri, dei fermenti che appartengono alla psiche, al mondo intimo, dove memoria genetica e memoria personale, anima collettiva e anima individuale costantemente metabolizzano elaborano e trasformano visioni, esperienze, sensazioni, sentimenti, intuizioni, premonizioni, facendo aggallare dal profondo nodi, sequenze, concatenazioni che hanno bisogno di manifestazione in qualche modo liberatoria. La fantasia produce sintesi formali, semplificazioni ed esemplificazioni narrative ricche di suggestioni, di significati ora più espliciti ora più reconditi, di modulazioni metaforiche di ‘viaggi’ e di atmosfere della mente e del cuore, dello sguardo e del sogno.
La pittura, fin dalle origini, da sempre si può dire, ha esplorato ed ‘esorcizzato’ l’inquietudine per le altre realtà, per i mondi paralleli, cercando di dare visibilità, ‘maschera’, cioè personalità e carattere alle tensioni erotiche, mistiche, all’energia, al proiettarsi nel viaggio come percorso e come itinerario conoscitivo interiore. Essa è stata spesso, e lo è indubbiamente nell’arte di Biagiotti, specchio dell’anima sofferente e dunque non di rado traduzione di apocalittiche visioni, di conflitti esistenziali, ma anche dei voli delle fantasticherie dell’eros, dell’ascesi esistenziale e spirituale, di una ‘levitazione’ che nelle opere di Biagiotti si fa pensiero come isola – astronave che si stacca dalla terra madre o si offre alla percezione interna su livelli differenti, complessi, resi anche nella costruzione dei piani pittorici, o come esplosione di luce, di energia vitale simboleggiata spesso dalla donna e dal cavallo, o semplicemente dai movimenti di una indefinibile materia/luce atmosferica che prende forma, diventa volto, maschera, pensiero dominante.
Non è un caso se in tempi così lontani (1976 e 2001) Biagiotti riprende il tema dei movimenti e mutamenti dell’inconscio che crea maschere, ‘volti’ ed esplora il ‘mosaico’ della memoria, delle conoscenze, degli spazi esistenziali (Era contemporanea: mosaico, 1979) che sembrano illuminarsi a intermittenza su ritratti, atmosfere, ricordi d’ambiente urbano o desertico, notturno o d’infuocato tramonto. Elemento distintivo dei suoi soggetti è indubbiamente il corpo, la sensualità del corpo, cioè non proprio come oggetto da contemplare quanto come materia che esprime tensione, energia, possibilità di modulazione, e di modellato anche (significative sono, al proposito, la sua passione per una scultura da plasticatore e le forme fortemente allungate che predilige nella manipolazione della creta e delle cere), come metafora della possibilità/necessità di dare all’uomo identità adeguata al tempo, allo spazio, alla cultura, al tipo di relazioni e al tipo di sensibilità più diffuse o dominanti nel mondo in cui vive, caratterizzato sempre di più da una molteplicità di variazioni, cambiamenti, rimesse in discussione.
E in effetti il sentimento che spinge un artista verso il surreale è sempre un sentimento di inadeguatezza della realtà sensibile in rapporto alla ricchezza della realtà intima e delle sue aspettative, così che nascono e crescono il desiderio del viaggio, l’esigenza della scoperta dell’ignoto (inconscio), di nuova misura, di nuova armonia. Viaggiare significa sempre incontrare uno spazio incognito, esplorarlo con gioia, se possibile, o con ansia, ma sempre con aperta curiosità e disponibilità di ricerca e d’incontro con l’altro, con il diverso. L’immediata correlazione tra i viaggi all’esterno e i viaggi nel mondo interiore è il substrato dei quadri di Biagiotti. Ecco allora il tema frequente della ‘genesi’, sia nell’eloquente figura della nascita ‘ab ovo’, sia nell’indugio tematico erotico, nelle soste sulle forme della seduzione, nella levigazione pittorica del nudo femminile che, nella cura meticolosa della definizione della silhouette prolunga memorie di gesti, di contatti, di emozioni. La ‘levitazione’ come perdita di peso e di urgenza del reale è lo spiazzamento del sogno sul piano dell’imponderabile, della risonanza immaginativa, del fervore dei sensi che dilatano la percezione in uno spazio e in un tempo altri, come per evidenziare spaccati di comprensione e di partecipazione e, insieme, l’emergere dell’esperienza vissuta o desiderata come evento individuale e straordinario che si stacca dalla ‘omologazione’, dall’appiattimento e omogeneizzazione operata dai mezzi di comunicazione di massa.
I colori intensi e saturi, per ampie campiture che assorbono l’attenzione e al tempo stesso sollecitano un forte senso di spaesamento e un’inquietudine percettiva di attesa di accadimenti, tra emergenza e profondità, tra appartenenza e distacco, mirano appunto a isolare ancor più la traduzione pittorica dalla normale realtà sensoriale, per indurre a una riflessione tutta verso l’interno, a un ascolto delle molte ‘voci di dentro’ come ulteriore arricchimento della gamma di emozioni visive finalmente liberate dai normali riferimenti logici e oggettivi.
La materia (colore) e lo spazio (collocazione e determinazione delle figure) e stilizzazione simbolica della forma del racconto (campiture, isole, orizzonti) sono dunque caratteri specifici del complesso narrare di Marcello Biagiotti, un narrare intorno all’uomo e alla donna di oggi, che sente il bisogno del contatto diretto con la materia ora nella costruzione di ‘livelli temporali’ di racconto pittorico, oppure nella manipolazione plastica che insiste – quando si libera da certi echi di ironia deco (Primavera) – sulle tensioni e vibrazioni della forma nella luce e sul dialogo interno/esterno, corpo (guscio, veste, modularsi incerto della forma) e anima (spiritualità, trasparenza, slancio energetico e armonioso).
Renato Civello
L’essere stato proposto all’attenzione del pubblico in una galleria il cui titolare ha percorso con autorità elitaria la storia dell’attività espositiva italiana di almeno un quarantennio (Giorgio Ghelfi, nota dell’artista) è per il perugino Marcello Biagiotti, simbioticamente disposto all’immagine pittorica e a quella volumetrica, occasione di blasonata conferma; di qualità geniche, che sono un a priori svincolato da qualsiasi processo formativo, e di una maturazione passata per il filtro più scrupoloso della filologia espressiva. Così questo mondo fascinoso e spiazzante che evolve dal vissuto verso le misteriose latitudini del sovrasenso è tributario ad un tempo dell’evasione fantastica, che veste di surreale l’originario approccio con il concreto, e della meditata calibratura linguistica.
È un dato positivo, atto a sollevare l’artista da qualsiasi ipotesi di sudditanza, il fatto che non sia facile trovare ascendenze o contestuali riferimenti analogici. E ciò vale per l’uno e l’altro campo operativo.
Come scultore, si tratti di Plastiche diversità, un bronzo del 1993, di Giochi di potere, del ’98, di Vanità, del 2000, o di altri bronzi recenti, come Ascesi, La femmina, Top model, presenti nella mostra attuale, sarebbe del tutto illegittimo il riferimento al filamentarismo giacomettiano: c’è in comune, semmai, con il maestro svizzero, la tendenza ad evitare l’approdo aniconico pur nella deformazione verticalizzata dell’anatomia corporea. E per la pittura, a partire dall’olio E venne la fine, del 1971, passando attraverso Levitazione di un pensiero, dell’83 e La logica del dominio, del ’98, per giungere ad Ascesi e Il nucleo della società, non si può chiamare in causa con disinvoltura il surrealismo storico: né le frottages di Ernst, le avventurose allucinazioni di Dalì, o il dualismo di Masson, o gli abissi marini di Tanguy, o i radiogrammi di Man Ray, o gli insospettati “fatti lirici” di Magritte, e così via, hanno molto da spartire con l’autonoma consistenza formale del simbolismo di Marcello Biagiotti.
È indubbio l’impegno speculativo, che insegue l’oltrefrontiera di là dell’impatto consueto con le epifanie sensibili; ma si evince in parallelo, da qualsiasi realizzazione, un culto felicemente ossessivo della “struttura” – stavolta, mi si consenta, in un significato anticrociano, come termine per nulla in contrasto con la poesia, finalizzata ad una connotazione ambigua e fortemente innervata sottratta all’empiria e indotta sugli inesplorati itinerari dell’arcano e dell’inconoscibile. Biagiotti, comunque, è creatore di razza, capace di governare con sicurezza le stesure del pigmento, le luci, le articolazioni cromatico-spaziali, il congegno massivo: si potrebbe addirittura fare a meno, davanti ad opere di assoluta godibilità estetica (e, perché no? anche edonistica), di tentare valutazioni e appropriazioni dialettiche; l’arte vera vive, in fondo, del proprio oggettivo rivelarsi, non ha bisogno di interrogativi congetturanti, che spesso ne impediscono la fruizione incondizionata.
Ma quando tuttavia, come nel caso dei dipinti e delle sculture di Biagiotti, le postulazioni di una problematica esistenziale e gnoseologica sono accompagnate dalla pienezza del consenso d’anima, vale a dire da una calda partecipazione, si può avvertire l’accresciuta incisività e la culturale eloquenza dell’opera. Ecco, allora, un linguaggio scampato all’arbitrio incostruttivo di tanta figurazione contemporanea, una condizione comunicativa certo rutinaria, certo inedita e complessa pur nella congruità della “forma bella”, cara ad Herbart e in genere al positivismo estetico, e però vocata a suscitare durature emozioni.
Un linguaggio per l’uomo, a ben riflettere, e non per i fantasmi. Sono lieto di essermi imbattuto, fra tante devianze e capricci e asettiche “sperimentazioni” senza cuore e senza intelligenza, in un artista dotato di avvertimenti sentimentali e di un intendere estraneo all’aridità della teoresi pura; ma in primo luogo di quella pulitezza, di quel nitore oggi sempre più raro che rende l’opera gradita alla vista. Come non ricordare la “salvezza degli occhi” su cui insisteva il mio grande amico Alfonso Gatto? Un’ambivalenza psicofisica e intellettuale riassunta, infine, nella scultura Storia d’amore della natura e delle sue creature.
Vittorio Sgarbi
Il percorso della ricerca pittorica di Marcello Biagiotti è coerente e lineare. Limitando l’analisi alle tappe sperimentali dove è evidente la presenza costante di un tema ricorrente, è possibile rilevare una linea di narrativa visionaria e allusiva. L’alfabeto pittorico di Biagiotti vive evidentemente una stagione regolata da leggi proprie, dove le figure in espansione all’interno di uno spazio assurdo sono le elaborazioni metafisiche di una creatività accesa e intelligente. La concretezza degli elementi che partecipano a una scenografia avvolta nel mistero aumenta ulteriormente il senso di stupore che coglie l’osservatore di fronte a queste opere. Qui in effetti sono presenti interessanti rimandi al surrealismo storico, soprattutto di Dalì e di Tanguy.
Biagiotti sa immettere nelle sue raffigurazioni elementi visivi di grande efficacia pittorica, uccelli rapaci ben dipinti e seduttivi, velieri o astronavi di sogno, che evocano fughe verso mondi ideali, mentre la composizione armonica dell’architettura sostiene e giustifica l’invenzione di queste allegorie. Di notevole efficacia la pittura calda che dà corpo agli insiemi e ai tratti paesaggistici. Nelle sequenze che via via si sviluppano lungo la narrazione, lo spazio tende apertamente all’infinito, ed è trascritta in pittura una realtà rivisitata nella trama di un sogno. Sostanzialmente si tratta di strutture armoniche dove prevalgono le linee morbide e arcuate, che parlano audacemente di eventi inattendibili e pure perfettamente familiari nella loro significazione simbolica. Sono relazioni arcane con un universo remoto ma non impossibile, perché non deformato, ma solo reinventato secondo regole creative che si richiamano alla mitologia o alla letteratura fantastica.
Non stupisce che Biagiotti, oltre a essere pittore, sia anche scultore, perché la sua tecnica pittorica guarda soprattutto ai rapporti volumetrici e alle implicazioni plastiche dei contrappunti tonali. In un certo modo le sue sculture possono essere considerate come estrapolazioni di elementi pittorici isolati e riportati nella materia bronzea senza soluzione di continuità. In questa trasmutazione tridimensionale nulla va perduto della fascinazione onirica della pittura, a cui se mai si aggiunge il dinamismo del rapporto con lo spazio che esalta l’iconicità.
Marcello Biagiotti fa pensare ancora a quel surrealismo teorizzato da André Breton, anche se vanno rimarcate le distanze che separano il suo lavoro da certa retorica legata all’elaborazione psicanalitica dei significati. La mancanza di una realizzazione anatomica precisata conferisce una dimensione metafisica alle figure, le quali talvolta diventano frenetici manichini che giocano la loro espressività sulle torsioni e le spinte verso l’alto. Allo stesso modo parziale è presente la donna, rappresentata da una massa di capelli, dai seni o dalle gambe, e comunque non meno identificabile nella sua nudità tutt’altro che edenica. La costruzione di questi personaggi femminili poggia su un paesaggio illuminato dal rosso fuoco di un tramonto apocalittico o dal giallo solare di un’alba aliena.
In queste raffigurazioni si fa più evidente l’esasperazione della simbologia, che gioca di contrasto fra la realtà e il teatro di un altrove che non ci appartiene ancora, ma che comunque riesce a essere codificabile nella sua indubbia valenza utopica. Così se i titoli apposti dall’artista possono anche offrire all’osservatore un suggerimento di significato, tuttavia va detto che la coerenza interna degli assunti visivi basta da sola a fornire la chiave interpretativa di queste narrazioni.
Paolo Levi
Marcello Biagiotti è artista di situazioni improbabili; pittore surreale, in quanto costruisce la narrazione come un palcoscenico del tutto irrazionale, in contrasto con la realtà del quotidiano. Narra vicende tra l’ironico e il serioso, tra il plausibile e l’irragionevole. Ci si trova di fronte a sogni portatori di costanti metamorfosi figurali. Sono viaggi visivi in cui Biagiotti pare calarci entro un misterioso pianeta, dove lo scenario è formato da esseri umani che si distinguono per un’attività frenetica, dove il sensuale si sposa all’esistenziale.
Il colore è importante in questi dipinti, dove l’atmosfera tende al silenzio metafisico. Sono lavori di vivida luce, dove la tonalità nasce da minuziosi passaggi. Marcello Biagiotti è narratore di vicissitudini complesse, approfondite con suadente oggettività. Non ripete mai se stesso: ogni composizione tende a raffigurare il sogno come viaggio appagante del suo inconscio inquieto.
Dagli anni Settanta alla serie Surrealismo fluido, l’archivio è ordinato per periodo.
La geometrizzazione del sogno e l’anarchia della materia
Se la produzione storica di Marcello Biagiotti – a partire dal 1970 sino alle celebri sculture in bronzo e resina – ha esplorato la sospensione volumetrica e la nostalgia onirica del Surrealismo classico, le sue opere più recenti compiono una rivoluzione formale definitiva.
In quest’ultimo filone, battezzato Fluonirismo Interstiziale, da Fluo-, il mezzo tecnico della fluid art, e -nirismo, che indica l’esatta collocazione spaziale e il contrasto con la stesura ad olio, Interstiziale – lo spazio circostante non più sfondo statico, ma elemento vivo, flusso caotico da cui le figure emergono o in cui rischiano di essere riassorbite – c’è una netta separazione visiva tra la stesura dell’olio (sfumata, precisa, volumetrica) e la fluid art (caratterizzata da celle, colate, venature chimiche): la secolare sapienza della pittura a olio incontra l’anarchia fisica e chimica della Fluid Art.
Nelle tele più recenti, l’artista non si limita a dipingere un enigma, ma ne isola i confini. Le figure centrali e i soggetti del sogno rimangono saldamente ancorati al rigore plastico dell’olio accademico – una tridimensionalità che dialoga idealmente con la fisicità delle sue sculture storiche. La vera svolta avviene negli spazi interstiziali, nei contorni negativi lasciati liberi dal pennello: qui, Biagiotti introduce colate fluide di colore, lasciando che le leggi della gravità e della densità creino tessiture cromatiche irripetibili.
Non si tratta di un semplice sfondo decorativo, ma della sostanza stessa dell’inconscio: un brodo primordiale e in continuo mutamento che stringe d’assedio le figure a olio, minacciando di liquefare o, al contrario, invitandole a nascere per osmosi della materia fluida.
Per chi ha amato la “sospensione della gravità” tipica delle opere storiche di Biagiotti, questo nuovo filone rappresenta l’approdo naturale: lo spazio intorno alle figure smette finalmente di essere un vuoto statico e comincia a comportarsi esattamente come un sogno. Un dialogo serrato tra il controllo assoluto della mente (l’olio) e la meravigliosa imprevedibilità della materia (il fluido).
Il Fluonirismo Interstiziale non è semplice fusione di tecniche, ma una dichiarazione filosofica sulla natura della realtà e della mente umana. Esso nasce là dove il Surrealismo figurativo a olio (il regno dell’ordine, del simbolo nitido e della coscienza) incontra la Fluid Art (il regno del caos, del flusso chimico e dell’inconscio primordiale).
Mentre il Surrealismo storico dipingeva il sogno attraverso regole accademiche, il Fluonirismo Interstiziale fa spazio alla fisica stessa dei fluidi per generare la sostanza di cui i sogni sono fatti.
Nel Fluonirismo Interstiziale, lo sfondo smette di essere un elemento passivo o un semplice fondale decorativo. Lo spazio circostante, l’interstizio, la crepa e il vuoto tra le figure diventano materia viva e pulsante. La fluid art, relegata negli spazi restanti, rappresenta l’energia cosmica, il brodo primordiale o la “psiche liquida” che avvolge e preme contro le strutture solide della realtà.
La tela diventa il teatro di un contrasto insanabile ma armonioso tra due temporalità e due tecniche:
L’Olio (Spazio Positivo): Rappresenta il pensiero cosciente, la memoria nitida del sogno, l’icona surreale definita attraverso ore di stesura lenta, sfumature accademiche e controllo geometrico.
Il Fluido (Spazio Interstiziale): Rappresenta l’inconscio profondo, l’imprevedibile, la reazione immediata che sfugge alla volontà del pittore ma risponde alle leggi fisiche della gravità e della densità.
L’artista del Fluonirismo Interstiziale non è un mero spettatore del caso. Egli agisce come un regista del caos. La colata di colore non invade ciecamente la tela; viene arginata, costretta e canalizzata negli interstizi lasciati liberi dalle figure a olio. C’è un lavoro di incastro millimetrico in cui l’anarchia del fluido viene addomesticata per servire la narrazione onirica.
Il punto più alto dell’opera fluonirica si gioca sul confine, la linea d’ombra in cui l’olio incontra il fluido. In questi punti di contatto non c’è distacco netto, ma un’osmosi stilistica: le figure solide sembrano sul punto di liquefarsi nello sfondo, o viceversa, la materia liquida interstiziale sembra addensarsi per dare vita a nuove forme figurative e antropomorfe, come nelle illusioni pareidolitiche.
Nell’opera di Marcello Biagiotti, il Fluonirismo Interstiziale trova la sua massima espressione. L’artista non si limita a dipingere un enigma; costruisce un ecosistema visivo in cui l’osservatore è costretto a oscillare continuamente tra la certezza della figura a olio e il mistero ipnotico del fluido circostante. È la pittura che smette di imitare il sogno e comincia, finalmente, a comportarsi come tale.